Il prologo della prossima crisi

Al-Hol (Siria) e l’illusione occidentale che i problemi lontani restino lontani.

GEOPOLITICA

Ilya D'Antonio

2/4/20266 min read

I. La sala d’attesa dell’umanità

Dietro una recinzione di filo metallico nel nord-est della Siria, alcune donne stringono zaini con la compostezza di chi attende un treno che nessuno ha mai davvero programmato di far arrivare. Ogni tanto abbassano lo sguardo sui telefoni, reliquie luminose di un mondo che scorre veloce mentre loro restano ferme, come se la storia avesse premuto pausa proprio sopra le loro esistenze.

Sono arrivate qui un decennio fa, inseguendo la promessa di un califfato che avrebbe dovuto somigliare a un’alba e ha finito per ricordare più un lunedì mattina senza caffè. Uigure tra migliaia di musulmani stranieri, che volevano partecipare a quella che, nei volantini ideologici, suonava come un’epopea.

Dal 2018 vivono ad Al-Hol, un vasto campo disteso nella periferia meridionale della cittadina omonima, così vicino al confine iracheno da sembrare progettato da un cartografo ossessionato dalle zone grigie. Ospita persone fuggite o espulse dal collasso territoriale dello Stato Islamico e possiede una qualità quasi letteraria: riesce a essere simultaneamente sovraffollato e desolato. Sovraffollato di biografie interrotte, desolato di risposte politiche. La sua storia, come spesso accade in quello che noi chiamiamo “Medio Oriente”, suggerisce che nulla nasce davvero dal nulla.

Il campo venne allestito nel 1991 per accogliere i rifugiati iracheni in fuga dalla Guerra del Golfo. Chiuse, riaprì dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, tornò a respirare l’aria dell’emergenza permanente insieme ad altri campi lungo la frontiera siro-irachena. Ogni conflitto lo ha trattato come una parentesi utile, salvo poi trasformarlo in una frase lunghissima che nessuno ha più avuto il coraggio di interrompere.

Poi è arrivato lo Stato Islamico con la sua ambizione geografica e la sua miopia storica. Quando il califfato perse l’ultimo lembo di terra, lasciò dietro di sé una forma di eredità che nessuna vittoria militare riesce a evitare: il conto umano. I vincitori scoprirono così che sconfiggere un esercito risulta infinitamente più semplice che amministrarne le conseguenze.

Al-Hol divenne una specie di archivio vivente delle guerre altrui. Ogni tenda conserva un passato che non passa. Il campo, nato come soluzione temporanea, ha affinato negli anni un talento formidabile per la durata. La storia insegna che nulla è più stabile di ciò che viene definito provvisorio. Basta ripeterlo abbastanza a lungo, e il provvisorio assume la compostezza di una struttura permanente. Il temporaneo sviluppa facilmente una sorprendente vocazione all’eternità.

Ora molte donne si aspettano di essere rilasciate. L’attesa produce un effetto quasi pedagogico: quando si resta abbastanza a lungo dietro il filo spinato, perfino la libertà comincia a sembrare una voce burocratica, qualcosa che potrebbe arrivare timbrato e protocollato, oppure smarrirsi su una scrivania internazionale insieme alle buone intenzioni. Nel frattempo il vento muove la rete metallica, e il mondo civile prosegue, rassicurato dall’idea che i problemi lontani abbiano il buon gusto di restare lontani.

II. L’arte internazionale di rimandare

Circa 35.000 persone vivono in questi campi amministrati dalle Forze Democratiche Siriane (SDF), un esercito che si è ritrovato a svolgere anche il ruolo di custode della cattiva coscienza globale. Al-Hol somiglia a una città progettata da un urbanista con il gusto per il black humor. Da una parte siriani e iracheni sospinti dalla guerra come detriti di una piena; dall’altra una zona recintata che raduna jihadisti stranieri rimasti devoti a un’ideologia abilissima nel promettere il paradiso e sorprendentemente efficiente nel consegnare polvere.

Per quasi dieci anni queste persone hanno abitato un limbo giuridico. Processarli risultava complicato. Liberarli appariva imprudente. Rimpatriarli avrebbe richiesto quella forma di coraggio politico che provoca improvvisi mal di schiena nei parlamenti occidentali.

Finché i campi restavano sicuri, il problema produceva un vantaggio notevole. Spariva dai titoli, non disturbava le campagne elettorali, permetteva ai governi di praticare l’attesa strategica. Ogni giorno trascorso senza evasione veniva scambiato per una politica di successo. Così il filo spinato ha finito per svolgere anche una funzione terapeutica, teneva lontani i detenuti e proteggeva le coscienze.

III. Quando la crepa diventa visibile

Poi, la scorsa settimana, l’equilibrio – creatura fragile che sopravvive solo finché nessuno osa toccarla – ha deciso di togliere il disturbo. L’offensiva governativa ha rosicchiato territori alle SDF con la metodica pazienza di chi smonta un mobile troppo ingombrante, e Al-Hol, insieme ad altri siti di detenzione, ha cambiato proprietario come una casa pignorata.

Le guardie curde hanno scelto la più antica delle strategie militari: la ritirata che salva la pelle e consegna il problema a qualcun altro. Al loro posto sono arrivati combattenti fedeli ad Ahmed al-Sharaa (noto anche con lo pseudonimo di Abū Muḥammad al-Jawlānī), presidente ad interim e – dettaglio che la realtà offre senza alcun senso dell’umorismo – (ex) jihadista. La Siria possiede un talento speciale nel trasformare le biografie in parabole circolari. Chi ieri combatteva il sistema oggi lo amministra, e guarda ai detenuti con una comprensione che somiglia pericolosamente alla memoria.

All’improvviso decine di donne hanno lasciato l’area destinata ai combattenti stranieri con la fretta composta di chi esce da un teatro prima che cali il sipario, certa che l’ultimo atto non avrebbe concesso redenzioni. Alcune sono state accompagnate via da uomini mascherati, probabilmente diretti verso Idlib, città che negli atlanti geopolitici non compare molto spesso accanto alla parola “tranquillità”.

Molte donne hanno cominciato a scivolare attraverso una breccia nella recinzione, e in quell’immagine si è materializzata una piccola lezione di fisica politica. Quando un sistema si crepa, non produce ordine rinnovato, ma movimento. Il mondo scopre allora che trattenere migliaia di persone per anni funziona benissimo fino al giorno in cui smette di funzionare, momento in cui la realtà presenta il conto con interessi che nessun bilancio aveva previsto.

IV. Il futuro allevato nel vuoto

Forse qualcosa si muove. Alcuni governi iniziano a contemplare un’idea rivoluzionaria: occuparsi dei propri cittadini. Il dovere morale, quando resta troppo a lungo chiuso in un cassetto, prima o poi bussa con il tono di un’emergenza di sicurezza. Altri governi perfezionano invece l’arte del rinvio, disciplina olimpica della diplomazia contemporanea. Il problema viaggia, cambia indirizzo, attraversa frontiere. Il rischio cresce con la stessa discrezione di una crepa nel soffitto, ignorata finché l’intonaco decide di cadere sul tavolo.

Gli Stati Uniti hanno scelto una grammatica più muscolare e stanno trasferendo fino a 7.000 detenuti ritenuti pericolosi in Iraq. Prevenzione, la chiamano. L’intelligence irachena conta circa 10.000 militanti dello Stato Islamico attivi in Siria, quintuplicati nel giro di un anno. La matematica del terrorismo possiede una logica elementare. Ogni spazio lasciato vuoto invita qualcuno a occuparlo. Ogni prigione instabile suggerisce a un’ideologia che il tempo lavora dalla sua parte.

Eppure dentro Al-Hol vivono anche esistenze che non hanno mai impugnato un’arma. Bambini nati tra le tende, altri arrivati quando il mondo coincideva ancora con il perimetro di un abbraccio. Per molti di quei bambini la parola “passaporto” possiede l’aura di un oggetto mitologico. Anni passati dietro il filo spinato producono un effetto curioso, la memoria dell’esterno scolorisce mentre la prigionia assume il tono della normalità.

In questo paesaggio emerge una verità di una semplicità disarmante. Quando l’identità resta sospesa troppo a lungo, qualcuno arriva sempre a offrirne una pronta all’uso. Gli unici davvero entusiasti di reclamare ragazzi simili risultano i reclutatori dello Stato Islamico, professionisti del vuoto esistenziale. Prima arriva l’abbandono, poi la narrazione, infine l’appartenenza. Il radicalismo prospera dove l’orizzonte si restringe.

La geopolitica ama presentarsi come una scienza fredda, fatta di mappe e interessi. In realtà custodisce un cuore narrativo potentissimo, perché le grandi fratture internazionali non nascono nelle sale dei vertici ma nelle vite minori che nessuno osserva finché non diventano impossibili da ignorare.

Vengono allora in mente le pagine di Le altissime torri di Lawrence Wright, non per ostentazione intellettuale ma per una ragione quasi didattica. Wright mostra che l’estremismo raramente esplode all’improvviso. Preferisce crescere in silenzio, dentro reti pazienti, prigioni dimenticate, comunità marginali e identità sfilacciate. Prima arriva l’isolamento, che erode il senso di appartenenza. Poi l’incontro con una storia capace di trasformare lo smarrimento in missione. Infine la violenza, che si presenta come una forma di ordine.

Il pensiero corre anche a Black Flags: The Rise of Isis di Joby Warrick, cronaca lucidissima di come lo Stato Islamico abbia convertito il caos mediorientale in opportunità strategica. Warrick descrive un meccanismo che la storia ripete con ostinazione quasi pedagogica. Quando il potere arretra e la governance vacilla, il vuoto non resta tale. Qualcuno lo organizza. Le carceri mal gestite in Iraq divennero luoghi di incontro, le rivalità settarie offrirono combustibile emotivo, l’incertezza politica funzionò da acceleratore. Il risultato prese la forma di un proto-Stato capace di trasformare frustrazione in controllo territoriale. La relazione causa-effetto possiede una linearità quasi offensiva. Dove migliaia di persone restano senza destino, emerge sempre qualcuno pronto a fornirne uno.

Trascurare le periferie del mondo produce un centro instabile. Le crisi ignorate accumulano pressione con la disciplina di una faglia tettonica. Per anni tutto sembra immobile, poi la superficie trema e gli analisti parlano di sorpresa, come se la storia non avesse lasciato indizi ovunque.

Al-Hol appare allora come un prologo che molti preferirebbero saltare. Un luogo in cui il passato attende giudizio, il presente reclama gestione, il futuro osserva con la pazienza delle minacce serie. La geopolitica insegna, con una severità che rasenta l’ironia, che i problemi parcheggiati sviluppano movimento. E quando iniziano a muoversi, raramente bussano. Entrano. Con numeri più alti. Con meno pazienza.