Lo Stato che il mondo non riesce più a giudicare

Israele, il diritto internazionale e l’abitudine occidentale a considerare accettabile ciò che non accetterebbe da nessun altro Paese.

GEOPOLITICA

5/1/20265 min read

La tragedia di Israele, osservata da lontano, viene spesso ridotta alla figura di Benjamin Netanyahu, quasi che un solo uomo basti a spiegare decenni di occupazioni, bombardamenti, colonie e violazioni sistematiche del diritto internazionale. È una semplificazione rassicurante, e proprio per questo profondamente falsa.

Netanyahu non ha inventato certe pratiche; le ha ereditate, irrigidite, amplificate fino a renderle il linguaggio normale della politica israeliana contemporanea. Prima di lui vi erano già stati governi convinti che la sicurezza dello Stato ebraico potesse giustificare quasi ogni cosa, purché presentata come necessità storica o autodifesa preventiva. Cambiano i volti, cambiano le coalizioni, ma permane quella convinzione sotterranea secondo cui Israele debba vivere in uno stato di eccezione permanente, come se il diritto internazionale fosse una materia destinata agli altri popoli.

Ed è forse questo l’aspetto più impressionante dell’intera questione: non la violenza in sé – poiché la storia umana ne è colma – bensì l’abitudine del mondo a considerarla inevitabile. Vi sono nazioni che vengono isolate per molto meno, governi sanzionati per condotte infinitamente più limitate, mentre Israele continua spesso ad agire con una libertà che nessun altro Stato della regione potrebbe permettersi senza precipitare immediatamente nell’isolamento diplomatico. La forza, quando viene esercitata abbastanza a lungo e con l’appoggio delle potenze giuste, smette persino di apparire scandalosa.

Naturalmente sarebbe ridicolo e ingiusto trasformare questa critica in una condanna indistinta degli israeliani. Israele è piena di uomini e donne che si oppongono alla brutalità dell’occupazione, che denunciano apertamente le derive suprematiste del proprio governo, che rifiutano di credere che la sicurezza possa essere costruita sull’umiliazione perpetua di un altro popolo. Ma le società, come gli individui, possono lentamente abituarsi alla propria deformazione morale. E quando un’intera generazione cresce nella convinzione che il vicino rappresenti non un essere umano ma una minaccia biologica, allora la paura smette di essere una reazione e diventa identità politica.

Anche le fratture interne della società israeliana raccontano molto più di quanto si ammetta pubblicamente. Gli ebrei ashkenaziti, provenienti storicamente dall’Europa centrale e orientale, hanno a lungo occupato le posizioni dominanti dello Stato, delle università, dell’economia e delle istituzioni militari, costruendo l’ossatura culturale del sionismo moderno. Accanto a loro vivono le comunità mizrahi e sefardite, provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa, spesso integrate in modo più ambiguo e talvolta spinte verso posizioni nazionaliste ancora più radicali, anche come risposta a decenni di marginalizzazione sociale. Israele, dietro l’immagine monolitica che esporta all’estero, è in realtà una società attraversata da profonde tensioni identitarie, etniche e culturali. Eppure, di fronte alla questione palestinese, queste differenze tendono spesso a dissolversi dentro un consenso securitario che attraversa quasi tutto l’arco politico.

La soluzione, almeno sulla carta, sembrerebbe persino banale nella sua semplicità: due popoli, due Stati, due confini riconosciuti. Una linea netta che separi sovranità e paure, permettendo finalmente a entrambe le popolazioni di esistere senza vivere costantemente nella logica dell’assedio. Ed è proprio questa apparente semplicità a rendere il fallimento ancora più inquietante. Perché se la soluzione è nota da decenni, perché non viene realizzata?

La risposta, per molti osservatori, è spiazzante nella sua chiarezza. Una parte significativa dell’establishment israeliano non considera davvero accettabile uno Stato palestinese pienamente sovrano. Troppa terra, troppa simbologia religiosa, troppa importanza strategica sono ormai state incorporate dentro una visione espansionistica che, nelle sue forme più radicali, sogna apertamente la costruzione della cosiddetta “Grande Israele”. In questa prospettiva, i palestinesi non appaiono come un popolo con cui condividere la terra, ma come un ostacolo demografico da contenere, frammentare o spingere lentamente verso l’irrilevanza storica.

E dietro tutto questo rimane sempre la stessa certezza, pronunciata raramente ma compresa da tutti: Israele possiede il monopolio nucleare della regione. È l’unica potenza mediorientale dotata dell’arma atomica, e questa superiorità assoluta altera ogni equilibrio. Il potere, quando sa di non poter essere realmente annientato, tende inevitabilmente a perdere il senso del limite.

È difficile, per chi osservi questi eventi con un minimo di onestà intellettuale, non provare una forma di sgomento che va oltre l’indignazione politica. Poiché il punto, ormai, non riguarda più soltanto la sofferenza palestinese o la violenza della guerra. Il punto riguarda il rapporto che Israele sembra aver instaurato con il resto del mondo civile, un rapporto nel quale le norme internazionali valgono finché non intralciano i suoi interessi, e cessano improvvisamente di avere importanza nel momento stesso in cui potrebbero limitarne l’azione.

Vi è qualcosa di quasi irreale nella naturalezza con cui molti governi occidentali accettano comportamenti che, se attribuiti a qualsiasi altra nazione della regione, provocherebbero settimane di crisi diplomatiche, sanzioni immediate e titoli furibondi sui giornali europei. Israele non gode soltanto di protezione politica; gode di una sorta di sospensione morale permanente. Le sue azioni vengono reinterpretate, addolcite, linguisticamente ripulite fino a diventare presentabili al pubblico occidentale.

Il recente caso della flotilla umanitaria ne è un esempio. Un gruppo di imbarcazioni diretto verso Gaza con viveri e aiuti umanitari viene assaltato da forze israeliane in acque internazionali, a enorme distanza dalle coste israeliane. Eppure gran parte della stampa europea racconta l’episodio con il linguaggio burocratico riservato alle normali operazioni di polizia. Alcune testate titolano che Israele “intercetta” la flotilla e che ventiquattro italiani vengono “arrestati”. Intercetta. Arrestati. Parole apparentemente innocue, ma il linguaggio non è mai innocuo. Le parole costruiscono la realtà morale dentro cui il pubblico è autorizzato a pensare.

“Intercettare” suggerisce un confine violato, un pericolo imminente, quasi una legittima difesa. Ma quelle imbarcazioni non stavano entrando in Israele. Non stavano assaltando porti militari né trasportando eserciti. Si trovavano in acque internazionali, lontane dal territorio israeliano. E quei cittadini italiani non erano criminali colti in flagrante; erano persone fermate da una potenza straniera fuori da qualunque giurisdizione ragionevolmente accettabile. Se un altro Stato avesse sequestrato cittadini europei in mare aperto, trascinandoli con la forza verso il proprio territorio nazionale, l’Occidente parlerebbe apertamente di aggressione, di pirateria internazionale, forse persino di atto ostile. Nel caso di Israele, invece, tutto viene ridotto a incidente diplomatico amministrabile.

E l’aspetto più umiliante non è neppure l’azione israeliana in sé, ma la docilità con cui viene accolta dai governi occidentali. I cittadini sequestrati verranno probabilmente trasferiti in Israele, dove sarà chiesto loro di firmare documenti per l’espulsione volontaria, quasi a riconoscere implicitamente una colpa che non esiste. Chi rifiuterà rischierà processi condotti dentro un sistema che lo stesso Stato israeliano considera pienamente legittimo, benché il fermo iniziale abbia avuto luogo ben oltre i limiti che qualsiasi altra democrazia pretenderebbe di rispettare.

E mentre tutto questo accade, i governi europei parlano con prudenza, abbassano il tono, pesano le parole come servitori timorosi davanti a un padrone suscettibile. Vi è ormai qualcosa di profondamente patologico nel rapporto tra Israele e gran parte dell’Occidente. Non si tratta più di alleanza strategica o solidarietà storica. Sembra piuttosto una soggezione psicologica collettiva, una paura costante di pronunciare giudizi che, applicati a qualsiasi altra nazione, apparirebbero perfino moderati.

Ed è qui che la questione israeliana smette di essere soltanto un problema mediorientale. Perché uno Stato convinto di poter agire al di sopra delle regole finisce inevitabilmente per corrompere anche coloro che lo giustificano. Le leggi internazionali sopravvivono soltanto finché vengono applicate ai forti quanto ai deboli. Nel momento in cui il mondo accetta che alcune nazioni possano violarle impunemente, allora non sta più difendendo un ordine internazionale. Sta semplicemente prendendo atto che il diritto è diventato un privilegio riservato a chi possiede abbastanza potere da ignorarlo.