Di un’isola gelata, di uomini ambiziosi e del curioso vizio di voler possedere il mondo

Quando le grandi potenze scambiano le mappe per cataloghi commerciali, la geopolitica smette di sembrare una scienza e comincia ad assomigliare a una fiera dell’antiquariato imperiale.

GEOPOLITICA

Ilya D’Antonio

2/2/20265 min read

ice berg beside river
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I. L’isola che divenne un desiderio

C’è qualcosa di profondamente teatrale nel momento in cui una superpotenza posa lo sguardo su un territorio grande quanto un continente minore e lo osserva con la stessa espressione che un gentiluomo vittoriano riserverebbe a un cappello appena visto in vetrina. Non necessariamente gli serve. Ma, per ragioni che solo il suo ego comprende, deve almeno provare a comprarlo.

La Groenlandia – apparentemente immune alle febbri del mondo – si è nuovamente ritrovata al centro di un corteggiamento geopolitico degno di un romanzo a puntate. L’idea americana di acquisirla è oggi ufficialmente in pausa, il che in diplomazia equivale a dire che nessuno sta correndo, ma tutti tengono le scarpe allacciate.

Ma questa non è affatto la prima volta che Washington si lascia sedurre dal fascino glaciale dell’isola. Già nel 1867, il segretario di Stato William H. Seward, fresco dell’acquisto dell’Alaska, considerò l’annessione della Groenlandia e dell’Islanda, commissionando un rapporto che ne esaltava le risorse naturali e la salubrità del clima. Tuttavia, l’opposizione del Congresso e le tensioni politiche interne impedirono che l’idea si concretizzasse.

Nel 1946, nel contesto post-bellico, l’amministrazione Truman offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per l’acquisto della Groenlandia, ritenuta strategica per la difesa dell’emisfero occidentale. Anche questa proposta fu respinta da Copenaghen.

Più recentemente, nel 2019, il presidente Donald Trump riaccese l’interesse per l’isola, definendo l’acquisto della Groenlandia un «grande affare immobiliare». La proposta fu accolta con fermezza dalla Danimarca, che ribadì la non vendibilità del territorio.

Questi episodi evidenziano come la Groenlandia sia stata, nel corso della storia, oggetto di attenzioni da parte degli Stati Uniti, che ne hanno riconosciuto l’importanza strategica e le potenzialità economiche.

Così, Kalaallit Nunaat (la Terra degli uomini, in groenlandese) continua a rappresentare anche nel 2026 un punto nevralgico nella geopolitica artica, attirando l’interesse delle grandi potenze. Tuttavia, la storia ha dimostrato che, nonostante le ambizioni e le offerte generose, la sovranità dell’isola non è facilmente negoziabile.

Davos ha offerto il consueto palcoscenico di velluto dove i leader globali pronunciano frasi solenni che, ascoltate con attenzione, spesso significano soltanto che stanno ancora cercando di capire quanto possano spingersi senza far scoppiare un incidente internazionale.

Il progetto di annessione americano si è così trasformato in un più modesto framework agreement, un accordo quadro che, nella più classica tradizione diplomatica, stabilisce la cornice delle future intese senza impegnarsi ancora nella sostanza. Espressione meravigliosamente elastica, che in politica estera indica tutto e niente, un po’ come quei contratti che promettono amicizia eterna purché non costi troppo.

Si è parlato di basi sovrane, di accesso illimitato, di revisione di trattati. Mai, naturalmente, di conquista – parola che nel XXI secolo provoca ancora un certo imbarazzo, come una battuta fuori luogo a un funerale.

Eppure la logica resta identica a quella del passato: controllare il Nord significa controllare rotte, risorse e, soprattutto, il futuro.

II. L’impero che non osa dire il proprio nome

Per comprendere davvero questa storia conviene aprire un libro che, pur scritto oltre un secolo fa, sembra aver previsto l’odore del nostro tempo.

In Cuore di tenebra, Joseph Conrad descriveva l’imperialismo come «una rapina con la violenza, aggravata dall’ipocrisia». Non era un attacco alla conquista in sé – che all’epoca era quasi uno sport europeo – ma alla raffinata arte di giustificarla.

Oggi nessuno parla più di civilizzare i popoli. Sarebbe inelegante. Preferiamo dire “sicurezza”, “stabilità”, “cooperazione strategica”. È l’imperialismo dopo aver frequentato un corso di pubbliche relazioni.

Gli Stati Uniti non hanno bisogno della Groenlandia per sentirsi potenti. Gli basta evitare che qualcun altro la trasformi in un avamposto. Qui entra in scena la vera protagonista di questa storia: la geografia.

Il riscaldamento globale sta sciogliendo il ghiaccio artico con la puntualità di un conto da pagare. Nuove rotte commerciali emergono, le risorse minerarie diventano accessibili, e improvvisamente ciò che era periferia diventa centro. In geopolitica, il freddo non raffredda mai gli appetiti.

La Danimarca ha risposto con una fermezza che merita rispetto. La sovranità, ha ricordato Copenaghen, non è un argomento negoziabile.

L’Europa, dal canto suo, ha scoperto con un certo stupore che l’ombrello americano può talvolta essere utilizzato anche come bastone. Quando un alleato minaccia – anche solo retoricamente – un territorio Nato, la parola “partnership” assume un tono leggermente più ironico.

Emmanuel Macron ha inviato un console e perfino un messaggio in groenlandese. Gesto elegante, quasi letterario. Nulla intimorisce una potenza quanto la cortesia ostentata.

III. Il Congresso e il coraggio dell’obbedienza

Se si osserva il Congresso statunitense contemporaneo, verrebbe quasi da raccontare di un’assemblea popolata da uomini rispettabili che, posti al cospetto del potere, scoprono d’un tratto una inattesa vocazione al silenzio.

Formalmente, il Congresso detiene il potere di dichiarare guerra. In pratica, lo custodisce con la stessa premura riservata a un servizio d’argento ereditato: lo si espone con orgoglio agli ospiti, salvo poi evitare con grande attenzione di utilizzarlo.

Il War Powers Act del 1973 avrebbe dovuto arginare l’autonomia presidenziale. È finito, invece, nel vasto museo delle buone intenzioni democratiche – reparto oggetti pregiati, raramente sfiorati e ancor più raramente impiegati.

Negli ultimi anni, operazioni militari, minacce e incursioni sono diventate quasi amministrazione ordinaria. Le proteste legislative sono state sporadiche, spesso timide, talvolta reversibili – come certe promesse di dieta pronunciate davanti a un dessert.

Il Partito Repubblicano sembra oggi suddiviso in tre categorie profondamente umane. Vi sono gli entusiasti, che scorgono nell’espansione il riflesso stesso della grandezza nazionale; i contrari, pochi ma sonori come campane che risuonano nella nebbia del mattino; e infine la vasta schiera dei prudenti, persuasi che opporsi al leader rappresenti uno dei modi più rapidi per accorciare la propria carriera politica.

La politica americana torna così a ricordare una verità elementare. Il potere non ha bisogno di persuadere tutti; gli è sufficiente che un numero adeguato di persone scelga, con impeccabile disciplina, di non contraddirlo.

IV. La Groenlandia come specchio del secolo

La crisi sembra rientrata – «siamo tornati sulla buona strada», assicurano i diplomatici, frase che nella tradizione internazionale significa soprattutto che nessuno sta urlando al telefono. Ma la storia conta meno per ciò che ha prodotto oggi che per ciò che annuncia domani.

La Groenlandia è il simbolo di un ritorno che molti avevano frettolosamente dichiarato impossibile: il ritorno della competizione territoriale tra grandi potenze. Non con le cannoniere dell’Ottocento, certo. Quelle oggi arrivano sotto forma di accordi logistici, diritti di accesso, infrastrutture dual-use. L’impero non marcia più in uniforme; preferisce viaggiare in business class.

Ed è qui che Conrad torna utile. L’imperialismo moderno non si percepisce come tale. Si considera prudenza strategica. Difesa preventiva. Necessità. Ma cambia poco: le mappe continuano a esercitare un fascino irresistibile su chi possiede abbastanza forza da ridisegnarle.

V. Ciò che questa storia dice di noi

Forse la lezione più inquietante non riguarda l’America, né la Danimarca, né la Groenlandia. Riguarda l’illusione – molto europea – di abitare un’epoca post-imperiale. La verità è più semplice, e per questo meno rassicurante. Gli imperi non scompaiono. Cambiano linguaggio.

Oggi non comprano territori; ottengono accesso. Non costruiscono colonie; installano presenze permanenti. Non espandono confini; proteggono interessi.

È la stessa storia, solo raccontata con parole più belle. E mentre il ghiaccio si scioglie, anche le certezze geopolitiche fanno lo stesso. La Groenlandia resterà danese – probabilmente. Ma la domanda che aleggia sopra l’Artico non riguarda un’isola. Riguarda il futuro dell’ordine internazionale.

Perché quando una grande potenza guarda una terra lontana e pensa che potrebbe servirgli, il mondo intero dovrebbe prestare attenzione. Non sempre accade. Spesso ce ne accorgiamo solo quando qualcuno, con perfetta serietà, prova a comprare un pezzo di pianeta – e chiede pure se fanno lo sconto.